Capanne, rimessaggi improvvisati, stalle e coltivazioni, ma anche abitazioni, insediamenti industriali, distillerie a poche decine di metri dal Tevere in provincia di Perugia, un’urbanizzazione selvaggia che ha coperto quasi tutte le aree esondabili della zona. Una situazione insostenibile che porta a valle, verso la Capitale, il conto più salato delle piogge eccezionali di questi giorni, attenuato dalla buon lavoro fatto ancora una volta dalla protezione civile. Un ennesimo esempio della fragilità del territorio diffusa dal nord al sud del nostro Paese, che si scopre ancora una volta con i piedi d’argilla. Ben il 90% dei comuni a rischio idrogeologico ha infatti abitazioni in aree soggette a frane e alluvioni, oltre la metà vede addirittura sorgere in queste fabbricati industriali. A fronte di questi dati preoccupanti le delocalizzazioni sono ancora praticamente al palo e i comuni rimangono in ritardo nella manutenzione dei corsi d’acqua e negli interventi di messa in sicurezza di qualità.

Grave anche il ritardo delle Autorità di Bacino: soltanto il 42%, hanno approvato il Piano di Assetto Idrogeologico e solo il 16% lo ha adottato. Risulta così estremamente carente uno di quegli strumenti fondamentali per fermare la continua urbanizzazione delle aree a rischio idrogeologico nel nostro Bel Paese.A sostenerlo è Legambiente che attraverso il suo Direttore Generale, Francesco Ferrante, sottolinea: "Invece di fermare con decisione l’abusivismo lungo il Tevere in Umbria si sono rettificati tratti di fiume e se ne è scavato il greto opere inutili e dannose. Quelle aree sono finite sott’acqua comunque e a valle la velocizzazione del flusso ha accentuato i problemi e i danni, mettendo a rischio perfino la Capitale. Delocalizzare le troppe strutture nelle zone esondabili, realizzazione di casse di espansione e di sponde che aiutino la laminazione – continua Ferrante – queste le opere improrogabili in Umbria per la sicurezza del Tevere. Un’inversione di tendenza verso la buona gestione del territorio – conclude Ferrante – che Regioni, Province e Comuni devono realizzare in tutta Italia, mettendo la sicurezza dei cittadini tra le priorità assolute nel loro lavoro".

Soltanto nelle principali alluvioni che hanno colpito il nostro Paese nel decennio 1993-2003, che hanno coinvolto praticamente tutte le regioni, si sono registrate quasi oltre 340 vittime e la stima dei danni economici prodotti supera i 6 miliardi di euro. Soldi che hanno prodotto pochi miglioramenti nella sicurezza del territorio, che si sono limitati a salvare il salvabile una volta che la carica distruttiva dell’evento si era ormai sprigionata.

"Speriamo di non dover vedere ancora una volta risarcimenti dei danni agli abusivi – spiega Simone Andreotti, responsabile nazionale Protezione Civile Legambiente – ma invece incentivi a chi dopo questa drammatica esperienza delocalizza abitazioni e aree industriali. E’ necessario superare lo stanziamento di finanziamenti a pioggia – conclude Andreotti – verso una concessione di fondi come supporto e incentivo agli enti più meritori, per interventi concreti di qualità e compatibilità con l’ambiente, cosa, purtroppo, sino ad oggi non avvenuta ".

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