Aree interne: tra diseguaglianze, diritti negati e buone pratiche 8Foto di Bittermuir da Pixabay)

Da una parte borghi, luoghi di rara bellezza e gioielli che il mondo intero ci invidia, dall’altra piccoli comuni difficili da raggiungere e da abitare, caratterizzati e conosciuti perlopiù per il gap infrastrutturale e geografico che, rispetto al resto del nostro bel Paese, non consente ai residenti di contare su quei servizi cosiddetti “essenziali”, come sanità, istruzione e mobilità.

Si chiamano aree interne, luoghi situati nelle aree più interne del territorio nazionale, spesso difficili da raggiungere proprio per la loro posizione geografica, e ancor più difficili da abitare proprio per quella desertificazione di servizi essenziali che nel tempo si è sempre più cristallizzata.

Come si riconosce un’area interna? È la distanza dai servizi essenziali la caratteristica che definisce le aree interne. Sono aree significativamente distanti dai principali centri di offerta di servizi essenziali (istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse ambientali e culturali con un territorio profondamente diversificato, per le dinamiche naturali e per i processi di antropizzazione. Così nel 2013 venivano presentate dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica e dalla Strategia Nazionale Aree Interne, c.d. SNAI.

Le aree interne: tra desertificazione e carenza di servizi essenziali

In Italia rappresentano in termini quantitativi la maggioranza dei Comuni (il 52%), coprono la maggior parte della superficie territoriale (circa il 60%) e ospitano il 22% della popolazione nazionale. Pur esprimendo in termini geografici più della metà del suolo nazionale, non si può dire lo stesso in termini demografici, e il progressivo spopolamento di questi territori lo conferma. Dunque, lo scenario delle aree interne fotografa un territorio esteso dal punto di vista geografico e alquanto frammentato in tema di erogazione e fruizione di servizi, in particolare quelli essenziali, che di fatto si traduce in disuguaglianze di ampio spettro rispetto al resto del Paese.

L’invecchiamento della popolazione e la denatalità da un lato; il dualismo tra lo sviluppo di aree iper-popolate (e più “servite” come ad esempio le grandi città) e di zone a rischio di desertificazione dall’altro, danno a pieno il senso del divario e della forte diseguaglianza presente in queste aree più “periferiche” che non riescono a rispondere alle reali esigenze della popolazione che le abita.

Questi luoghi infatti, sono compromessi da una presenza di servizi essenziali (offerta scolastica secondaria, almeno un ospedale DEA di I livello, almeno una stazione ferroviaria di categoria Silver) distante da un minimo di circa 27 minuti a oltre 66 minuti di percorrenza dal Polo più vicino (secondo i parametri della nuova classificazione delle aree interne prevista dalla Strategia delle aree interne 2021-2027).

Come si classificano le aree interne? Secondo la nuova mappatura aggiornata al 2020 in base alla distanza dal polo (cioè il comune centrale per la presenza di servizi) risultano classificate come: cintura se si trova entro 27,7 minuti dal polo più vicino (nella precedente classificazione erano 20 minuti); intermedio tra 27,7 minuti e 40,9; periferico 40,9 e 66,9; ultra-periferico oltre i 66,9 minuti.

Sono aree nelle quali è aumentato con il tempo il livello delle disuguaglianze: sia nella possibilità di accedere ai servizi, sia nella qualità dei servizi offerti, primi fra tutti quelli legati alla salute e alla istruzione. Nell’ambito della salute, per le difficoltà di attivazione dei servizi territoriali, per le lunghe attese dei mezzi di soccorso in casi di emergenza sanitaria, per le difficoltà di reclutare personale medico sul territorio (il fenomeno della desertificazione sanitaria), per i servizi non orientati alle fasce deboli. Nell’ambito dell’istruzione per il sottodimensionamento e la frammentazione dell’offerta scolastica, la minore qualità della didattica e dei modelli pedagogici e di conseguenza i livelli di apprendimento e competenze (il fenomeno della povertà educativa), causata in gran parte dal turnover del personale docente.

La pandemia da Covid-19 per alcuni aspetti ha acuito il gap che si auspica, il PNRR potrà riuscire a colmare, almeno in parte.

Oltre ai disservizi però si contano anche buone politiche e buone pratiche volte a riqualificare i territori interni e migliorare la qualità della vita della popolazione che vi risiede. Come Proxima, la vetrina digitale di prossimità che in Alta Carnia ha creato una “comunità all’interno dei luoghi” diventando un punto di riferimento per i suoi abitanti o Cavú, il festival enogastronomico, di musica, arte e artigianato, voluto dai ragazzi di Cagnano Varano, diventato molto di più di un evento estivo, tra i primi classificati di Chil’hafatto?, iniziativa promossa da Cittadinanzattiva in partnership con UniCredit nell’ambito di “Noi&UniCredit”, l’accordo di collaborazione fra la banca e 14 associazioni di consumatori di rilevanza nazionale, che quest’anno giunge alla sua seconda edizione.


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