Videogiochi, faro Antitrust (Foto RDNE Stock project per Pexels)

I videogiochi “Diablo Immortal” e “Call of Duty Mobile” nel mirino dell’Antitrust. Pratiche commerciali scorrette, design manipolativi per sollecitare gli acquisti in-game con ripetute esortazioni e indurre il consumatore a giocare di continuo, con una scarsa tutela nei confronti di minori: su queste ipotesi sta lavorando l’Autorità garante della concorrenza e del mercato che ha avviato due istruttorie nei confronti di Activision Blizzard (gruppo Microsoft) per i videogiochi “Diablo Immortal” e “Call of Duty Mobile”, definiti free to play, ma con possibilità di acquisti in game.

L’Autorità ipotizza pratiche commerciali ingannevoli, aggressive e in violazione dei diritti contrattuali dei consumatori. Secondo l’Autorità, la società opererebbe in modo contrario alla normativa preposta alla tutela dei consumatori e, in particolare, alla diligenza professionale richiesta “in un settore molto sensibile ai rischi di sviluppo di dipendenza dal gioco”.

I videogiochi e i profili contestati: design manipolativo e acquisti in-game

Le istruttorie riguardano prima di tutto, spiega l’Autorità, “il possibile utilizzo di design manipolativo delle interfacce, per indurre il consumatore a giocare con assiduità, a prolungare le sessioni di gioco e a farlo aderire alle offerte promosse”.

Un esempio di questo comportamento sono le ripetute esortazioni, durante e fuori le sessioni di gioco, a non perdere i “premi”, inviti fatti sia attraverso messaggi in-app che notifiche, e ad acquistare contenuti limitati prima che non siano più disponibili.

“Queste condotte, insieme alle strategie per rendere poco comprensibile il valore reale delle monete virtuali usate nel videogioco e alla vendita di valuta di gioco in quantità predeterminata (bundle), possono condizionare i giocatori-consumatori, inclusi i minorenni, inducendoli a spendere cifre significative di importi anche maggiori di quelli necessari a procedere nel gioco e senza esserne pienamente consapevoli”, spiega l’Antitrust.

Le criticità sulla tutela dei minori

Il focus sui videogiochi riguarda infatti anche le condizioni di tutela dei più piccoli. Non solo design manipolativo, perché l’Antitrust vuole esaminare meglio anche le funzioni di parental control pre-impostate dalla società. Queste, spiega l’Autorità, sembrano aggressive perché “il meccanismo pre-seleziona in automatico opzioni che tutelano meno il minore (facoltà di effettuare acquisti in-game, tempi di gioco illimitati e interazione con altri giocatori), in assenza, peraltro, di un comportamento attivo e di supervisione da parte del genitore/tutore”.

L’Autorità vuole inoltre verificare come vengono acquisiti i consensi al trattamento dei dati al momento della registrazione dell’account perché il consumatore, anche iminorenne, “verrebbe indotto a selezionare tutti i consensi, inclusa la profilazione a fini commerciali, credendo di trovarsi di fronte a una scelta obbligata”.

Sotto i riflettori dell’Antitrust anche le informative sui diritti contrattuali, che sembrano indurre il consumatore a rinunciare inconsapevolmente a diritti quali quello di ripensamento, e la facoltà di bloccare unilateralmente l’account di gioco, senza fornire adeguate motivazioni e assistenza e senza riconoscere la possibilità di un contraddittorio, con l’inevitabile conseguenza di perdere i costi anche ingenti sostenuti per i contenuti digitali.

I Consumatori: attenzione al rischio dipendenza

È soprattutto alla tutela dei bambini che si rivolge l’attenzione dei consumatori: la sollecitazione di acquisti in-game e la spinta a farli giocare sempre di più, a rischio di creare una forma di dipendenza.

Per il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Massimiliano Dona «i diritti dei consumatori vanno sempre rispettati ma è evidente che se sono coinvolti minori le tutele sono rafforzate e la protezione deve essere maggiore. Non vanno esortati ad acquistare un prodotto o un servizio, sfruttandone l’inesperienza o la credulità. Men che meno si può strappare loro un consenso a fini commerciali, farli rinunciare forzatamente al diritto di ripensamento. Ma il fatto più grave – conclude Dona – è il rischio di farli diventare giocatori compulsivi, portarli alla dipendenza».

Il Codacons si dichiara pronto ad avviare iniziative legali se verranno accertati illeciti.

La pratica degli acquisti in-game, insieme ad altre tattiche di spesa considerate manipolative, sono sotto i riflettori delle associazioni dei consumatori proprio per l’impatto che possono avere sui bambini, i più vulnerabili. Oltre l’80% dei bambini di età compresa tra gli 11 e i 14 anni gioca ai videogiochi. E secondo alcuni studi, i minori europei spendono in media 39 euro al mese per gli acquisti in-game.

È una pratica insidiosa, spiega il Codacons, “perché inserita nei videogiochi destinati ai minori allo scopo di indurre i bambini ad effettuare acquisti o a richiedere ai genitori di farlo, spesso attraverso grafiche accattivanti e messaggi aggressivi mirati proprio a modificare il comportamento dei più piccoli, che hanno meno strumenti di tutela. Un danno che non è solo economico, considerato che tali pratiche scorrette possono sviluppare nei minori pericolose forme di dipendenza da gioco”.

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