Family influencer, per i bambini è lavoro minorile (Foto Terre des Hommes)

Quando i minori prendono parte alle attività social delle famiglia, che lavora online come family influencer, quello diventa lavoro minorile. E va dunque tutelato. Terre des Hommes Italia lancia un appello per tutelare bambine e bambini che si trovano, molto spesso, inconsapevoli protagonisti dell’attività commerciale social dei propri genitori. E chiede appunto di regolamentare il coinvolgimento di bambine e bambine nell’attività social dei family influencer, che producono contenuti, racconti e pubblicità ai quali prendono parte anche i minori. Spesso poco consapevoli o comunque in un’età nella quale non possono avere la maturità per esprimere il proprio consenso alla partecipazione sui social, anche se percepiscono l’intrusione nella loro vita privata e nei loro spazi sensibili.

I minori nei contenuti social

Il contesto di riferimento nel quale ci si muove è della diffusa presenza di minorenni nei contenuti social di influencer e digital creator, anche con obiettivi pubblicitari. Per questo, spiega Terre des Hommes, diventa necessario interrogarsi sulle conseguenze che questa esposizione può avere sui più piccoli e sul grado di consapevolezza e consenso che bambini e bambine possono esercitare.

La riflessione nasce dalla ricerca “Protagonisti consapevoli? La tutela dei minorenni nell’era dei family influencer”, svolta da Terre des Hommes Italia insieme a Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) e ALMED (Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, con il supporto dell’avvocata Marisa Marraffino, esperta di diritto dei media digitali e la partnership tecnica di Not Just Analytics.

Social e bambini, i rischi

Come spiega la ricerca, “il coinvolgimento dei figli/delle figlie da parte dei family influencer nei loro contenuti è un elemento chiave del loro successo, in quanto crea vicinanza con il pubblico, trasmette emozioni, permette di entrare nella quotidianità di quei bambini e di quelle bambine, rendendo il pubblico partecipe di gioie e dolori, non più racchiusi nella sfera intima della famiglia”.

Ma ci sono dei rischi, evidenzia la ricerca:

  • il genitore diventa anche datore di lavoro del figlio che, soprattutto se molto piccolo, vede minata la sua relazione esclusiva con mamma o papà e “perde la certezza di un punto di riferimento sicuro”;
  • “il bambino/la bambina non è più in grado di riconoscere e decodificare il comportamento del genitore: verità e finzione scenica si confondono”, soprattutto quando si verifica l’intrusione negli spazi privati e sensibili (la cameretta, il bagno);
  • il bambino può sentirsi in dovere di partecipare e non avere la maturità per opporsi;
  • le informazioni veicolate possono esporre i minori al rischio di adescamento;
  • “il coinvolgimento di un minorenne in attività social anche quando le condizioni fisiche o emotive non lo consentono rappresenta una violazione del suo diritto alla salute e all’integrità”.

Bambini online, presenti nei racconti e nelle pubblicità

La ricerca analizza 20 profili di family influencer e 1334 contenuti social su Instagram e TikTok per capire come sono mostrati figlie e figlie. I minori appaiono in un contenuto organico (puro racconto) su due e in un contenuto sponsorizzato su quattro.

In un terzo circa dei contenuti pubblicitari, i bambini e le bambine risultano essere parte attiva dell’advertising: ad esempio scartano il prodotto, lo presentano, lanciano la promozione.

Nella maggior parte dei contenuti in cui appaiono minori, inoltre, non sono adottate forme di tutela della privacy per i più piccoli, ad esempio riprese di spalle, immagini pixellate o l’aggiunta di emoticon sul viso. Nei contenuti organici queste forme di tutela appaiono nel 7% dei contenuti; la percentuale si abbassa al 2% se si considerano i contenuti pubblicitari.

La ricerca riscontra, nel 29% dei contenuti, situazioni potenzialmente problematiche rispetto alla privacy: nel 21% dei casi sono mostrati momenti intimi come il bagnetto, il cambio del pannolino, la nanna; nel 6% dei contenuti il minore è coinvolto in trend o challenge; nel’1% dei casi il minore è colto in un momento critico (rabbia, tristezza, difficoltà).

I minori quasi mai si oppongono esplicitamente alle riprese (la ricerca lo segnala solo nello 0,65% dei contenuti) ma nel 63% bambini e bambine si vedono sullo sfondo delle scene dei genitori, probabilmente senza la piena consapevolezza di essere ripresi a loro volta. Si pone il tema del consenso per quel 36% di contenuti nei quali i bambini, sia per età sia per contesto, si rendono conto di essere registrati.

Un altro dato rilevante che emerge dall’indagine è l’esposizione dei piccolissimi. “I bambini più esposti risultano essere quelli con un’età compresa tra gli 0 e i 5 anni (sono quasi l’80%): un’età in cui non sono ancora in grado di esprimere il loro consenso e di comprendere l’uso che viene fatto della loro immagine”.

Tutelare il diritto a crescere in ambiente sicuro e libero

«Quando un genitore trasforma il proprio figlio in parte di un’attività commerciale, assume di fatto un doppio ruolo: quello di datore di lavoro e di genitore, con il rischio di compromettere la relazione di fiducia e sicurezza su cui si fonda l’infanzia – spiega Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e programmi Italia Terre des Hommes – Per un bambino, soprattutto nei primi anni di vita, la perdita di spazi protetti e la messa in scena di momenti intimi possono minare il senso di protezione e la capacità di distinguere la realtà dalla finzione. Senza contare che la presenza online li espone a potenziali rischi di adescamento e pedopornografia, rendendo facilmente reperibili elementi utili a identificare la loro dimora e le loro abitudini. È per questo che chiediamo una regolamentazione capace di tutelare il diritto dei più piccoli a crescere in un ambiente sicuro, autentico e libero da pressioni esterne».

Lavoro minorile

Terre des Hommes sottolinea l’importanza di equiparare il coinvolgimento dei minori nelle attività pubblicitarie e commerciali social dei genitori influencer alle altre forme di lavoro minorile ammesse dalla legislazione italiana. In questo modo, spiega l’associazione, anche bambini protagonisti della pubblicità online risulterebbero tutelati in relazione al tipo di impegno cui sono chiamati e alle conseguenze psicofisiche ed emotive cui possono essere esposti. Tutto questo in linea con un disegno di legge attualmente all’esame del Senato, dedicato alla “tutela dei minori nella dimensione digitale”.

L’associazione ritiene fondamentale che:

  • Il coinvolgimento di bambini e bambine in attività di advertising online sia riconosciuto appieno quale attività lavorativa e dunque regolamentato, dando la massima attenzione al tipo di impegno cui sono chiamati e alle conseguenze psicofisiche ed emotive cui possono essere esposti.
  • Sia istituito un registro in cui ogni influencer indichi le adv in cui ha coinvolto il minorenne, sulla base dell’esempio già adottato in Francia.

Ritiene poi fondamentale che il guadagno derivante dall’attività del minorenne sia depositato su un conto corrente a lui intestato. I minorenni vanno tutelati anche se non necessariamente protagonisti dell’attività social. L’altra richiesta è quella di regolamentare l’attività commerciale dei family influencer quale che sia il valore dei contratti sottoscritti. Infine, per garantire la tutela dei minori, “il contenuto dell’advertising dovrebbe essere valutato e approvato dalla Direzione Provinciale del Lavoro, rispetto al monte ore di lavoro, il ruolo rivestito dal minore e la tipologia di prodotto da pubblicizzare”.

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