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Agricoltura colpita dalla moria del kiwi

Cambiamenti climatici, alte temperature, gestione del suolo potrebbero essere fra le cause scatenanti della moria del kiwi. Questa patologia sta devastando i frutteti italiani di kiwi e il danno è enorme, considerato che l’Italia è fra i primi produttori al mondo.

Non si conoscono ancora le cause ma sono ormai ben noti gli effetti. Dalla sua prima comparsa, nel 2012 in Veneto, la moria del kiwi ha colpito finora circa 8 mila ettari di impianti con una perdita stimata in circa 750 milioni di produzione lorda. Veneto e Piemonte sono state le regioni più colpite e da un paio d’anni questa fitopatia si è diffusa anche nel Lazio, nell’agro pontino, dove le coltivazioni di kiwi sono molto diffuse.

Una possibile risposta per comprendere meglio la moria del kiwi arriva da uno studio del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura, pubblicato sulla rivista internazionale Frontiers.

Alla base di questa patologia ancora sconosciuta ci potrebbero essere il cambiamento climatico, le eccessive temperatura e una gestione scorretta del suolo.

La moria del kiwi

La moria del kiwi sta mettendo a dura prova la coltivazione di questo frutto. È una fitopatia di cui si sa ancora poco. Soprattutto non se ne conoscono le esatte cause.

La malattia si manifesta in estate e ha un rapido decorso, perché nel giro di qualche giorno o di qualche settimana le piante di kiwi avvizziscono e le radici marciscono. Le ipotesi per spiegare questa patologia sono tante, finora nessuna è risultata decisiva.

Molte le cause che finora sono state addotte per spiegare la moria del kiwi e che, tutte insieme, concorrono a far deperire le piante: l’elevata piovosità concentrata in poche ore (bombe d’acqua), il compattamento del suolo, tecniche irrigue non appropriate ed un insieme di patogeni, funghi e batteri, che provocano i marciumi dell’apparato radicale in un ambiente asfittico.

 

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Coltivazioni kiwi a rischio

 

Le ipotesi e le sperimentazioni del Crea

Nessuna di queste però risulta determinante. Per questo, spiegano dal Crea, la rapidità con cui si diffonde la moria del kiwi, dalle radici fino alla parte aerea della pianta, e il concorso di cause e di anomalie che finora si sono presentati, hanno spinto gli esperti a ricercare altri fattori scatenanti per comprendere il decorso della patologia.

I ricercatori del Crea, con il suo centro di Ingegneria e Trasformazioni Agroalimentari, hanno dunque avanzato l’ipotesi che i cambiamenti climatici e una scorretta gestione del suolo possano rientrare fra le concause e, in particolare, gli eccessi termici potrebbero essere alla base della moria del kiwi.

I ricercatori hanno fatto delle prove in un frutteto sperimentale di kiwi e testato diverse pratiche agronomiche. Fra queste, spiega una nota stampa, c’è «la baulatura – che assicura l’arieggiamento delle radici, impedendo ristagni idrici a cui il kiwi è molto sensibile – e l’aggiunta di compost o di microrganismi rizosferici (che popolano la parte del suolo adiacente alle radici) selezionati, per migliorare la struttura e la fertilità biologica del suolo, monitorando contemporaneamente l’andamento della temperatura e lo stato idrico del suolo».

Dalle prove è emersa poi una possibile correlazione fra i sintomi della moria del kiwi e la temperatura alta dell’aria e del suolo. Ancora: la gestione agronomica riduce ma non impedisce l’insorgenza dei sintomi.

Moria del kiwi, alte temperature e pratiche agroecologiche

«I dati in nostro possesso – ha dichiarato Laura Bardi, ricercatrice del CREA Ingegneria e Trasformazioni Agroalimentari e autrice dello studio – sembrano indicare le alte temperature estive quali fattori scatenanti la moria del kiwi, in quanto causa dell’alterazione anatomica e morfologica delle radici e dell’arresto del loro sviluppo, e probabilmente anche della insufficienza di ossigeno nel suolo, legata quindi non solo ai ristagni d’acqua dovuti alle forti piogge. Stiamo ancora valutando la risposta della pianta all’ambiente per individuare le azioni da intraprendere per arginare la patologia. Sicuramente interventi agronomici orientati a migliorare la fertilità biologica del suolo e le caratteristiche fisiche possono aiutare, così come ridurre il riscaldamento eccessivo del microambiente della pianta / frutteto, o l’adozione di un approccio più agroecologico alla gestione del frutteto, che tenga conto delle peculiarità di questa pianta e riproduca, per quanto possibile, le condizioni dell’habitat naturale di provenienza».

«E d’altronde, – continua l’esperta, che è stata chiamata recentemente in audizione anche in Commissione Agricoltura al Senato e fa parte del gruppo di lavoro del Comitato fitosanitario nazionale – occorre sempre ricordare che spesso, gli ambienti e le tecniche di coltivazione del kiwi non tengono in considerazione i fabbisogni di questa pianta, che in natura cresce arrampicandosi con lunghe liane su altre piante, ombreggiata dalle loro chiome, in ambienti freschi e umidi, per lo più collinari o montani».

Scrive per noi

Sabrina Bergamini
Sabrina Bergamini
Giornalista professionista. Responsabile di redazione. Romana. Sono arrivata a Help Consumatori nel 2006 e da allora mi occupo soprattutto di consumi e consumatori, temi sociali e ambientali, minori, salute e privacy. Mi appassionano soprattutto i diritti e i diritti umani, il sociale e tutti quei temi che spesso finiscono a fondo pagina. Alla ricerca di una strada personale nel magico mondo del giornalismo ho collaborato come freelance con Reset DOC, La Nuova Ecologia, Il Riformista, IMGPress. Sono laureata con lode in Scienze della Comunicazione alla Sapienza con una tesi sul confronto di quattro quotidiani italiani durante la guerra del Kosovo e ho proseguito gli studi con un master su Immigrati e Rifugiati. Le cause perse sono il mio forte. Ho un libro nel cassetto che prima o poi finirò di scrivere. Hobby: narrativa contemporanea, fotografia, passeggiate al mare. Cucino poco ma buono.

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