Disuguaglianze regionali in sanità, quanto la salute dipende dal Cap di residenza (Foto di StockSnap da Pixabay)

Disuguaglianze regionali in sanità, quanto la salute dipende dal Cap di residenza

Livelli essenziali di assistenza, senza un cambio di rotta “le diseguaglianze regionali continueranno a imperversare e il diritto alla tutela della salute continuerà ad essere legato al CAP di residenza delle persone”, denuncia la Fondazione Gimbe. Cittadinanzattiva: enormi disuguaglianze, oggi anche peggio del 2020

C’è “una situazione di profonda disuguaglianza nell’accesso alla cure” in Italia. I livelli essenziali di assistenza (Lea) non sono uguali in tutte le regioni e oggi, rispetto ai dati disponibili che risalgono al 2020, la situazione potrebbe essere anche peggiore. Disuguaglianze regionali in sanità significa una cosa semplice, e inaccettabile: il diritto alla salute finisce per dipendere dal Cap di residenza. È la valutazione che emerge dall’analisi della Fondazione Gimbe sui Lea in sanità e da quella di Cittadinanzattiva.

Il quadro che viene fuori dalla Griglia Lea prodotta dal Ministero della Salute, e che la Fondazione Gimbe esamina nel Report “Livelli Essenziali di Assistenza: le diseguaglianze regionali in sanità”, evidenzia, sottolinea Cittadinanzattiva, «una situazione di profonda disuguaglianza nell’accesso alle cure per i cittadini del nostro Paese: soltanto 11 Regioni adempienti, e di queste appena 8 in tutte e tre le aree dell’assistenza sanitaria, ossia la prevenzione, l’assistenza distrettuale o territoriale e quella ospedaliera».

Livelli Essenziali di Assistenza: le diseguaglianze regionali in sanità

Ogni anno il Ministero della Salute pubblica il report “Monitoraggio dei LEA attraverso la Griglia LEA” che, attraverso l’assegnazione di un punteggio, attesta l’erogazione delle prestazioni sanitarie che le Regioni devono garantire ai cittadini gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket. È una “pagella” per la sanità che permette di identificare le regioni adempienti, o “promosse”, e inadempienti, o bocciate.

Nel report “Livelli Essenziali di Assistenza: le diseguaglianze regionali in sanità“, la Fondazione Gimbe ha analizzato i risultati dei monitoraggi annuali del Ministero della Salute relativi al decennio 2010-2019.

I livelli essenziali di assistenza, o LEA, sono le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di compartecipazione (ticket), con le risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale. Comprendono tre macro-livelli: prevenzione collettiva e sanità pubblica; assistenza distrettuale; assistenza ospedaliera.

Lea, Gimbe: “inaccettabili disuguaglianze regionali”

Rispetto al mantenimento dell’erogazione dei Lea, conclude la Fondazione Gimbe nella sua analisi, i risultati del report «restituiscono un’Italia che, a fronte di un SSN fondato su princìpi di equità e universalismo, presenta inaccettabili diseguaglianze regionali».

La Fondazione argomenta poi che “la capacità della Griglia LEA di “catturare” gli inadempimenti si è progressivamente ridotta nel corso degli anni,” mentre vari report indipendenti dimostrano un generale peggioramento della qualità dell’assistenza sanitaria” (a fronte di un diverso esito della “valutazione” ufficiale della sanità).

Per Gimbe «è evidente che lo strumento dei Piani di rientro non ha prodotto i risultati attesi: se si è dimostrato efficace per il riequilibrio finanziario delle Regioni, lo stesso non si può dire per la riorganizzazione dell’assistenza sanitaria ai fini di un miglioramento dell’erogazione dei LEA, indipendentemente dai punteggi. Infatti, delle 10 Regioni sottoposte al Piano di rientro dal 2007 al 2010, 7 (tutte al Centro-Sud) lo sono ancora e 2 rimangono commissariate».

La conclusione del report da parte di Gimbe è anche un monito sullo stato del diritto alla salute in Italia.

«Senza una nuova stagione di collaborazione tra Governo e Regioni e un radicale cambio di rotta per monitorare l’erogazione dei LEA, le diseguaglianze regionali continueranno a imperversare e il diritto alla tutela della salute continuerà ad essere legato al CAP di residenza delle persone. Una situazione inaccettabile, che sovverte i principi di equità e universalismo del SSN».

 

Deserti sanitari, da Nord a Sud mancano medici e pediatri (foto Karolina Grabowska su Pexels)

 

Cittadinanzattiva: disuguaglianze e deserti sanitari

I dati fanno riferimento al 2020. Per Cittadinanzattiva, che riceve le segnalazioni dei cittadini in sanità attraverso i suoi sportelli, la situazione potrebbe essere anche peggiorata.

«La realtà ci racconta che oggi non esiste soltanto una spaccatura Nord/Sud – denuncia Cittadinanzattiva – ma anche fra aree dello stesso territorio e che quelle che in passato venivano identificate come Regioni modello presentano anch’esse importanti criticità o disuguaglianze profonde. Lo dicono ad esempio i dati sulle liste di attesa, fenomeno che ormai interessa gran parte del territorio nazionale; così come quelli che abbiamo presentato poche settimane fa sulla desertificazione sanitaria».

A partire dalla carenza di medici, la desertificazione sanitaria è fenomeno che attraversa nove regioni in alcune specifiche aree e zone periferiche: Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Lazio

Secondo il recente dossier di Cittadinanzattiva, il fenomeno dei deserti sanitari colpisce 9 regioni, 39 province più di altre, che uniscono l’Italia da Nord a Sud, da Bolzano a Caltanissetta. Da Nord a Sud mancano operatori sanitari, e quando ci sono, sono oberati di lavoro: medici di base, pediatri, ginecologi, cardiologi e farmacisti. Le più a rischio sono le zone periferiche e ultraperiferiche delle aree interne. L’Italia è insomma divisa fra aree hanno cure e personale sanitario e altre nelle quali è difficile rispettare il diritto alla salute, per l’assenza di personale sanitario e per la difficoltà a raggiungere i presidi di salute.

Da qui il monito dell’associazione sul rischio che l’autonomia differenziata diventi il “colpo di grazie” per la sanità italiana.

«In questa situazione, quello che ci sembra evidente è che la riforma dell’autonomia differenziata o peggio ancora del “regionalismo asimmetrico” – come definito nella relazione di accompagnamento alla proposta di riforma – è un provvedimento nato vecchio che non fotografa la complessità della situazione in cui versano i servizi sanitari pubblici sul territorio ma che sicuramente sarebbe il colpo di grazia per la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale», dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva. «Bene hanno fatto i sindaci dell’Anci a bloccare il dibattito, chiedendo più tempo su argomenti così impattanti per l’assetto istituzionale della nostra Repubblica».


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