Insetti commestibili, 260 mila tonnellate di prodotti entro il 2030. L'indagine Nomisma

Insetti commestibili, 260 mila tonnellate di prodotti entro il 2030. L'indagine Nomisma (foto Pixabay)

L’aumento dei prodotti a base di “insetti commestibili” in Europa toccherà, entro il 2030, 260 mila tonnellate per oltre 390 milioni di consumatori; e cresce anche il mercato mondiale della carne in vitro, che ha già registrato investimenti pari a 1,3 miliardi: sono due delle tendenze alimentari più evidenti, inquadrate nell’alveo del novel food dal report Nomisma, per la IX Conferenza economica di Cia-Agricoltori Italiani.

Insetti commestibili, cresce il mercato del Novel Food

Per quanto riguarda gli insetti commestibili si registrerà, secondo Nomisma, nel giro di poco tempo, un maggior impiego di insetti come ingredienti nei prodotti alimentari, con una produzione Ue in crescita di 180 volte a partire dal 2019 fino al 2025, passando da 500 a 90 mila tonnellate per arrivare a 260 mila nel 2030.

L’indagine prevede, da qui ai prossimi tre anni, un calo produttivo degli insetti interi di quasi il 15%, mentre saliranno in media anche del 5% le vendite di pane, sostituti della carne e nutraceutici, a base di polvere di insetti.

Ricordiamo che la possibilità di commercializzare insetti a scopo alimentare è resa possibile in Europa dall’entrata in vigore, dal primo gennaio 2018, del regolamento Ue sui “novel food”, che permette di riconoscere gli insetti interi sia come nuovi alimenti che come prodotti tradizionali da Paesi terzi.

E proprio nel mese di gennaio 2023 l’Unione Europea ha autorizzato l’immissione sul mercato delle larve di Alphitobius diaperinus (verme della farina minore) congelate, in pasta, essiccate e in polvere. Un ulteriore passo di avvicinamento dell’UE verso gli “insetti commestibili”, dopo le tarme della farina (larve gialle essiccate del tenebrione mugnaio), la Locusta migratoria e la polvere parzialmente sgrassata di grillo domestico.

 

Foto di tomwieden da Pixabay

 

Possibili novità in arrivo anche sul fronte della “carne coltivata in vitro“. Un tema che ha dato il via a un ampio dibattito in Italia, a seguito dell’approvazione, negli Stati Uniti, di un prodotto a base di carne ottenuto da cellule animali. Secondo lo studio Nomisma, le aziende di riferimento a livello mondiale, tra laboratori e start up, sono passate da 13 a 117 dal 2016 al 2022 e la produzione globale di carne in vitro si prospetta, al 2030, in aumento fino a 2,1 milioni di tonnellate.

Ma cos’è la “carne coltivata”? Come spiegato da Animal Equality, “la carne coltivata in vitro è conosciuta anche come clean meat (carne in vitro), in quanto non deriva dalla macellazione degli animali, ma si tratta di un prodotto che replica in laboratorio carne, pesce e uova. La tecnica consiste nel prelevare cellule muscolari e nutrirle con proteine che aiutano la crescita del tessuto. Una volta che il processo è partito, teoricamente è possibile continuare a produrre carne all’infinito, senza aggiungere nuove cellule da un organismo vivente”.

Alcune realtà del settore agroalimentare si sono dette da subito contrarie. Tra queste anche la stessa Cia-Agricoltori Italiani: “La carne sintetica – ha detto il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini, in occasione della presentazione dell’indagine Nomisma – va nella direzione opposta a quella che è la nostra idea di cibo, basata sulla valorizzazione delle nostre produzioni agricole e zootecniche. Inoltre, si tratta di una produzione artificiale che finisce per costare di più in termini di sostenibilità ambientale e non garantisce migliore salute e nutrizione per i cittadini”.

Non sono d’accordo, invece, le associazioni per la protezione animale, secondo cui la produzione della “carne coltivata in vitro” comporta diversi vantaggi, dal contrasto allo sfruttamento degli animali negli allevamenti ai benefici per l’ambiente.


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